Diario della seconda stanzialità di “STRAD-RAMA – L’anciové sota process” (22 settembre 2018)

DATI PRATICI
Data e luogo: 22/09/2018, via Monferrato ang. via Romani, Torino
Durata stanzialità: 1 ora
Spettatori: 50 circa costanti, con ricambi
Ricavo a cappello della serata: € 112,50 Crowdfunding in rete: € 290
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Stanzialità precedente

RICHIAMO ALLO SPIRITO DEL PROGETTO
Tutti sono invitati alla sperimentazione, che intende nascere e svilupparsi empaticamente su strada – e non solo – con il coinvolgimento paritario di pubblico, attori, registi, drammaturghi: dettagli

SECONDA STANZIALITà

La seconda stanzialità avviene ancora a Torino, sul nuovo ciottolato di via Monferrato, di fianco alla Libreria L’ibrida Bottega, che offre sedie al pubblico, favorendone la fidelizzazione. Giunge molto rumore di auto dal vicino corso Casale: decido allora di usare l’amplificazione. Faccio un breve riepilogo di quanto successo nella stanzialità inaugurale in piazza Carignano; poi un richiamo alle difficoltà cercate e all’invito di Shakespeare nel prologo dell’Enrico V: richiesta al pubblico di aiuto immaginifico. Presento quindi l’anciové, spiegandone la condizione di “uomo processato” (richiamo al commento di un bambino fra il pubblico nella stanzialità precedente). Dichiaro che non so cosa farò e che ho bisogno di pause lunghe per pensare: mi viene in mente di raccontare la fiaba di “Spes”, la balena bianca vecchissima, amata da tutti i marinai per la musica meravigliosa che produce solcando i mari. Finita la fiaba, spiego il motivo per cui l’ho raccontata: la volta precedente è venuta fuori prepotente l’immagine del mare e del sale marino. Quindi: nascita del mestiere dell’acciugaio e riassunto delle origini del nostro acciugaio, sino al suo ritorno in terra dopo la visita al regno dei morti. Nel corso del racconto, faccio ancora cenno al bambino che interveniva la volta precedente, con cui a un certo punto stipulai uno strano patto, grazie al quale lui non avrebbe più parlato sinché fosse rimasto: il mio fu insomma un mascheramento dialettico che, esercitato con il sorriso sulle labbra, produsse una libertà negata. Prometto che sul tema della libertà negata tornerò: non manterrò poi la promessa, perché non utilizzerò i brani tratti da Il grande Inquisitore di Dostoevskij che ho portato con me. Ai medesimi brani penso quando, poco dopo, faccio riferimento a un commento vocale lasciato da uno spettatore la volta precedente: prometto che collegherò il tema della libertà negata alle acciughe, al sale e all’acqua marina. Invito a porre domande all’acciugaio alla fine (con registrazione delle medesime grazie al registratore nel taschino dell’anciové, a cui però – ricordo nel momento in cui rivolgo l’invito – mancano le batterie cariche).
Quando giungo a dire dell’incontro con i morti, facente parte dell’avventura “sota sal” dell’anciové – e non ancora “sota process” -, mi riallaccio all’immagine fortissima che in piazza Carignano giunse all’improvviso: sto per svelarla – quell’immagine cambia completamente le modalità del suo incontro con i morti, dico -, quando cambio idea e chiedo di rimanere in attesa, mentre cerco e leggo pochi brani da un romanzo di Salgari (brani che ho scoperto nel pomeriggio), I naviganti della Meloria.
La storia di Salgari, in breve: grazie al ritrovamento di una pergamena in un forziere in fondo al mare, due pescatori scoprono che un comandante della repubblica marinara di Genova, nel 1300, trovò un grande tunnel nel mare Ligure, un tunnel così grande che poteva essere percorso da una nave; ricchissimo, fece trasportare cinquecento schiavi dall’Africa e li impiegò per ampliare il tunnel e farlo sbucare nel mare Adriatico, vicino a Venezia, così da sorprenderne la Repubblica con l’arrivo di navi da guerra. Finita l’opera, fece trasportare di nuovo in Africa gli schiavi sopravvissuti e li “fece internare nel deserto”, facendo giurare ai suoi uomini di non rivelare mai quanto era accaduto. Richiamo, con detti e non detti, alle assonanze utili per il lavoro che stiamo facendo insieme (la scrittura su strada de “L’anciové sota process”).
Proseguo con il ritorno dell’anciové. Elementi nuovi e utili nella drammaturgia (immagini giunte ed evocate):
– i tribunali di cittadini sotto i gazebo nelle piazze, pian piano processano come straniero non solo chi parla lingue sconosciute, ma chiunque avvertano come “diverso” da loro (corsi e ricorsi…); di qui, la nascita di una paura diffusa di “essere processati”;
– se non riescono a stabilire il luogo di provenienza – in cui rimpatriare il “colpevole” – hanno la facoltà di ucciderlo seduta stante, in un modo particolarmente truce, che non intendo svelare in questo resoconto.
Nel momento in cui narravo su strada i particolari truculenti dell’uccisione e dell’impacchettamento – chiamiamolo così – dei resti, mi è venuto in mente che stavo producendo (in modo palesemente esagerato: occorre poi limare toni e temi) quell’utile dislivello di conoscenza tra pubblico e personaggio (ma i rapporti possono essere molti) che – come bene spiegò Gian Renzo Morteo – è “sale” di ogni drammaturgia. Poco dopo infatti il nostro anciové sarà processato e quando dirà da dove arriva – il regno dei morti – nessuno gli crederà; condannato all’espulsione in quanto straniero – nessuno ne capirà la lingua che parla, il piemontese -, non si saprà però dove rimpatriarlo perché non rivelerà la sua “vera” provenienza: verrà fatto a pezzi seduta stante. All’inizio del processo dunque il pubblico conoscerà il rischio che l’anciové corre – ancor di più lo avvertirà durante la lunga risposta con cui il nostro racconterà la terra non credibile da cui giunge – e lui invece non ne saprà nulla. Ecco il dislivello.
E’ il momento buono per svelare l’immagine fortissima che ribalta le modalità dell’incontro con i morti – penso – e lo faccio: intercapedine marina al centro della terra, intorno alla parte infuocata, collegata ai mari della terra tramite tunnel e abitata da tutti i morti di tutti i tempi, che vi fluttuano liberi, conservati dal sale. Richiamo la “corsia preferenziale” per chi muore in mare e poi corro nella lettura dell’incontro con i morti calandolo nel nuovo habitat (diventerà una risposta dell’anciové processato).
Concludo in quel modo, ma solo dopo avere citato velocemente i brani letterari utilizzati nella stanzialità precedente e dopo avere letto la poesia di Amilcare Solferini che – ora lo sappiamo – diventerà viatico di molte stanzialità di “STRAD-RAMA – L’anciové sota process”: Catastrofe.

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