TEATRO DI RICICLO | 130 repliche de “Il nome della rosa”

Marco Gobetti, uno degli attori de “Il nome della rosa” (da Umberto Eco, versione teatrale di Stefano Massini, regia di Leo Muscato, produzione di Teatro Stabile di Torino, Teatro Stabile di Genova e Teatro Stabile del Veneto) evoca la tournée dello spettacolo: un racconto lungo in corso di scrittura, da cui sarà tratta la versione recitabile su strada e in ogni “luogo di passaggio”, per la seconda sessione del “teatro di riciclo”.

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Il “teatro di riciclo” nacque, con una sua prima sessione, durante l'”esodo” di teatrosustrada.2017.
Per “teatro di riciclo” si intende l’azione di un attore tesa a evocare una replica precisa o un insieme di repliche trascorse di uno spettacolo cui abbia preso parte o di cui sia stato spettatore: la vicenda e le immagini dello spettacolo rivivono, così, profondamente contaminate dalla narrazione dei meccanismi teatrali in senso lato, oltre che di tutto ciò che è riconducibile al rapporto tra attori, spazi e pubblici incontrati.

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Info su: La prima sessione, a Grenoble.

Il “riciclo” del teatro già stato non intende essere surrogato del teatro stesso; bensì concentrato rarefatto, essenza che ne sublima la mobile immanenza, la magia: l’”altrove rimanendo”. Travaso di generi, base concreta per l’utopia.

In questa sua sessione, nell’ambito di teatrosustrada.2018/19, il “teatro di riciclo” propone l’evocazione di 130 repliche, a cura di uno degli attori che a esse presero parte: le 130 repliche de “Il nome della rosa”, in molti teatri d’Italia nella stagione 2017/18.
Non si tratta di evocarle tutte, con tutto ciò che in sei mesi di tournée è successo. Non se ne fa insomma un diario. (Non si tratta neanche di contarle con esattezza: sono state assai di più, se pure si considerano, ad esempio, – e pure così non sono tutte – quelle delle due settimane del debutto al Teatro Carignano di Torino. Eppure “130” è un numero che funziona, suona bene e racconta appunto una lunga avventura: lo hanno usato tanto, gli attori, insieme a tutti coloro che collaboravano – tecnici, parrucchieri, segretari, direttori – durante la tournée).
Cosa evoca dunque, questa sessione di teatro di riciclo?
Evoca un filo sottile ma dirompente, l’ineffabile prezioso: ciò che mai si sarebbe potuto pensare che potesse accadere in quei sei mesi. Ciò che incredibilmente è avvenuto e, davvero, non si dovrebbe dire. Perché va ben oltre la storia nota, la verità comune. Certo la verità – insieme alla costruzione del falso che la mina – è uno dei temi portanti de “Il nome della rosa” di Umberto Eco: era inevitabile che, recitandone delle parti per 130 repliche, nascessero verità indicibili.
Una, in particolare. Che porta pesantemente altrove attori e pubblico: che ci precipita in un contemporaneo sconosciuto, dove lo scibile presente contamina misteriosamente quello dell’antica abbazia. E viceversa. Una verità che mai si dovrebbe dire, appunto. Un sacrosanto, chiarissimo scandalo.

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